La parola vien… giocando

La “parola” è l’espressione cognitiva più sublime che contraddistingue l’uomo dagli animali, questo è che li rende speciali ed unici nel loro genere. Dovremmo farne giusto uso, sempre .

Per questo motivo l’aspettativa del linguaggio in un bambino di 24 mesi  diventa quasi “un’ossessione”del genitore e delle insegnanti  sin dalla  scuola  dell’infanzia.

“È intelligentissimo, ma  non parla”; “capisce tutto quello che dico, si fa capire in tutti modi, ma parla poco”.

Dentro quel “ma” è racchiusa tutta la frustrazione del genitore.

Ebbene sì, la frustrazione maggiore la vive chi ascolta i bambini che tardano a parlare. La scorgo  negli occhi preoccupati del genitore stesso, la osservo nelle insegnanti che spesso mi dicono: “Dottoressa, é difficile comprenderlo/a (nelle sue esigenze); ce ne sono tanti in classe e non possiamo osservare solo lui/lei”.

Ciò che vi apprestate a leggere non è un vero e proprio articolo, ma esperienza di vita vissuta, ricordata e fatta propria, di una giovane logopedista. Potrebbe tornare utile ad un genitore, ad un insegnate, ai nonni ed amici e perché no, anche a qualche logopedista che ha avuto esperienza di bambini con tempi di acquisizione linguistica  più dilatati.

Non tutti parlano ad un anno, come non tutti parlano a due. Ci sono bambini che iniziamo a parlare anche dopo i 3 anni, mio nipote, per esempio.

L’importante è avere tutto sotto controllo.

Il monitoraggio dello sviluppo linguistico in età evolutiva ( quando si tratti esclusivamente di un ritardo delle tappe evolutive linguistiche e non di problematiche severe, dove il disturbo e/o ritardo del linguaggio sia secondario ad una difficoltà primaria) non significa dover prendere subito in trattamento un bambino attraverso una terapia diretta, ma  basarsi molto sulle informazioni  che ci vengono raccontate dai genitori. Per questo  è importante dire sempre la verità.

Se andate dal vostro medico curante omettete alcune informazioni per paura che capisca in maniera chiara cosa abbiate ?? Spero proprio di no!!!

Quando i genitori si accorgono che c’è qualcosa che non va, quando le competenze emergenti sono deboli e /o  assenti, allora è importante contattare uno specialista, il quale,attraverso la compilazione  di questionari e report condivisi con la famiglia,vi aiuterà a capire se si tratta di un disturbo, di pigrizia o di un rallentamento nelle tappe di sviluppo delle componenti verbali e non.

Perché, vi chiederete ,questo titolo per l’apertura  del mio blog?

Perché parlare presuppone giocare. Perché è giocando che si sviluppa la conoscenza del sé.

Quando ho iniziato a lavorare  sei anni fa,pensavo che la logopedista dovesse operare  per forza a tavolino, seduta, composta, pulita, senza “sporcarsi”, rispettare le regole e farle rispettare.Questo è sicuramente importante, ma non sufficiente e  poco costruttivo  con bambini molto piccoli (24-48 mesi).

Appena laureata  ti senti un pesce fuor d’acqua, fai tutto secondo manuale per non sbagliare. Oggi ripenso a quelle povere stelle di miei primi pazienti sotto la mia fragile  esperienza sul campo. Sarà capitato a tutte le mie colleghe,no?? Ditemi di sì vi prego!

Con il tempo ho imparato ad osservarli, a percepire le loro esigenze, ad agganciarli. Ho  imparato ad essere meno accademica e più spontanea. Strategie che si acquisiscono “sul campo”.

Ho imparato a giocare con loro. Mi sono “ tolta” il camice da logopedista nel vero senso della parola e  mi sono messa a terra,  a loro livello così da poterli guardare negli occhi e capire che un bambino che stenta nel  linguaggio a 36 mesi ( o oltre) non è un bambino con un basso livello cognitivo, ma è un bambino che forse ha bisogno di sapere strutturare meglio un  gioco di finzione;  è un bambino al quale, forse, sono state raccontate  poche storie perché i tempi degli adulti spesso sono  frenetici e stressanti, quindi non ha sviluppato la capacità di ascolto; è un bambino che forse ha bisogno maggiormente di guardare il labiale dell’adulto per sviluppare la capacità di imitazione( allora giochiamo a fare “ bocche e boccacce” e ci divertiamo tantissimo allo specchio).

Io da piccola giocavo molto. Mi chiudevo in camera di mia madre e facevo finta di essere una giornalista di un programma per animali ed intervistavo tutti  i miei pupazzi. Ditemi voi se quello non era gioco di finzione!!!! 🙂 Ho giocato fino alle scuole medie con la mia amica Laura. Portavamo il camper di Barbie in giardino fingendo grandi viaggi lontani tra Barbie  e Ken.

Qualcuno un giorno mi ha dovuto dire: “forse adesso è il caso di smettere”. Ma avevo 13 anni e non potevo più fare il “gioco di finzione” ma entrare nel mondo reale.

Era la mia mamma che tanto mi ha spronata nel gioco quanto allontanata perché era giusto che mi dedicassi ed osservassi altro. Ma quel mondo ovattato, ludico, mi è servito per essere forte, serena, appagata e per avere la consapevolezza, oggi che sono una persona adulta, una zia ed una terapista, che il Gioco rappresenta la migliore forma di terapia.

Mi rivolgo ai genitori, ai fratelli , alle insegnanti della scuola dell’infanzia e alle mie colleghe terapiste: “spogliatevi  dei vostri ruoli e giocate con loro. Un gioco inventato non “ preconfezionato strutturalmente e semanticamente” come se ne vedono tanti in giro.

Il bambino deve impegnarsi a capire come divertirsi.

“…a che gioco giochiamo..?”.

Vi posso proporre dei giochi da fare nella fascia di età compresa tra i 24 i 48 mesi?

  • la pesca del pesciolino (sviluppa la capacità oculo-manuale, l’attenzione sostenuta e l’importanza del rispetto del turno se viene condiviso con un adulto o con un coetaneo);
  • attività sensoriali (impastare la pizza, lavorare il didò, das, plastilina, “indovina il gusto”, scopriamo che forma ha…giochi di fantasia dove sono implicati tutti i 5 sensi );
  • “facciamo finta che io sono la cuoca e che tu vieni a mangiare nel mio ristorante?” (gioco della cucina);
  • bolle di sapone;
  • fare tante pernacchie davanti lo specchio o in braccio alla mamma o al papà;
  • fare le bolle dentro l’acqua con la cannuccia;
  • semplici incastri per sviluppare la presa “a pinza”. La presa a pinza consente maggiore consapevolezza della tridimensionalità dell’oggetto preso dal bambino, per la capacità di utilizzare le singole dita, capacità di adattare oggetti piccoli alla prensione( motricità fine ed accuratezza).
  • lettura di libri pop-up o brevi storie che il bambino può facilmente seguire ed esserne interessato a sua volta.

Queste sono solo alcune attività da poter intraprendere  in tutti gli ambiti di socialità del bambino, integrati e potenziati in base alla fascia di età con la quale ci troviamo a giocare.

Giocare è una cosa serie, insegna al bambino ad essere creativo, a comprendere regole sociali e comportamentali da instaurare con se stesso e con l’altro; entra in relazione con il mondo esterno. Il gioco rappresenta la linfa vitale del bambino; come l’albero ha bisogno della sua linfa per far accrescere la sua chioma, così il bambino ha bisogno del gioco per accrescere le sue capacità intellettive.

Il gioco è l’attività massima, è l’anima della  “libera espressione”. Da qui il nome  del mio “Studio” per far sentire il bambino “libero” di essere .

Vuoi conoscere meglio  chi sono? Pronti, partenza….Via!!!