05 Mag Genitori, che tipo di logopedista volete per vostro figlio?
Il giusto approccio: la trasparenza
Mi sono sempre chiesta come improntare il rapporto con i miei pazienti, se scherzoso (ma poi non ti prendono troppo sul serio), se composto e distaccato (ma poi risulti poco simpatico/a ai bambini e alle famiglie) oppure “alla mano” (termine che odio, peraltro!).
Durante questi sei anni di lavoro, mi sono impegnata nel trovare il giusto approccio con le famiglie e con i bambini, nel primario interesse del buon esito della terapia.
Ho scelto, quindi, la trasparenza.
Di fronte ad una famiglia in difficoltà occorrono indubbiamente tatto e comprensione, sentimenti necessari per chi, come noi, sfiora stati d’animo complessi, ma allo stesso tempo chiarezza e professionalità.
Nei primi passi in questo mondo, spesso mi scoraggiavo di fronte alle problematiche, mi sentivo troppo coinvolta. I miei colleghi, forgiati da anni di esperienza mi dicevano: “Sei giovane, passerà”.
Con la conoscenza e l’esperienza, ho trasformato le mie debolezze in sicurezze; il fisiologico distacco scaturito nei confronti delle famiglie è servito ad affrontare le criticità con razionalità e onestà.
Il logopedista dev’essere obiettivo
Gli errori più frequenti che riscontro in un percorso di riabilitazione sono quelli di sovrapporre più figure intorno ad un bambino laddove poi manchino collaborazione e comunicazione, di criticare anzitempo l’operato del terapista se i risultati non sono immediati. Non ci si chiede mai perché il bambino sia resistente alle terapie in atto!
Il bravo terapista è colui il quale sa ascoltare, esprimersi in modo chiaro e trasparente, in modo da non destare equivoci; molte volte abbiamo un ruolo scomodo, per chi preferisce non ascoltare la VERITA’.
Mi è capitato più volte di “smascherare” atteggiamenti delle famiglie poco consoni al mio codice deontologico. L’ho fatto presente, facendo appello alla mia onestà intellettuale, sebbene non sempre sia stata ripagata dai miei interlocutori. L’accusa è dietro l’angolo, quella di non dare altre possibilità, di non mostrare maggiore comprensione e flessibilità.
Il rapporto umano, in presenza di una patologia, è tutt’altro che cosa semplice. Ma un’anamnesi clinica richiede consapevolezza, onestà e tanta obiettività, soprattutto in casi molto critici.
Collaborazione e cooperazione
Il mio è un approccio del giusto mezzo, perché non rivesto il ruolo di amica, tanto meno di insegnante (almeno, ci provo ad essere “nel mezzo”). Il monito ad ulteriori accertamenti spaventa le famiglie, che poi non eseguono le indicazioni impartite; questo, purtroppo, rallenta il lavoro e complica la ricerca di una diagnosi funzionale del bambino più chiara, che possa agevolare l’esito di un percorso di logopedia.
Solitamente sottopongo questo esempio alle famiglie: “Quando il vostro medico curante vi prescrive un’analisi più specifica, voi la seguite?”. “Sicuramente sì, me l’ha detto il medico”. Bene. Noi siamo medici del linguaggio ed il linguaggio si lega a tanti altri aspetti di natura fisiologica. Chiedere, per esempio, il consulto di un otorinolaringoiatra non deve incutere timore, così come una valutazione dal Neuropsichiatra Infantile.
Questo atteggiamento dovrebbe denotare correttezza e, soprattutto, onestà riguardo all’aspettativa della famiglia.
Tutto ha inizio con un progetto e, per organizzare un programma terapeutico, occorre uno sguardo da lontano, che illumini l’obiettivo finale. Si tratta di un cammino comune, nel quale le famiglie collaborano e partecipano.
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