” Quando un Padre…”.

Il mese di Marzo,dedicato alla Logopedia, lo apro con un articolo toccante,pieno di emozioni e sensazioni che spero colpiscano anche voi nel profondo.

Quest’anno la FLI( Federazione Logopedisti Italiani) ha deciso di sensibilizzare alla CAA( Comunicazione Aumentativa Alternativa),modo con cui le persone comunicano senza parola; è l’insieme di conoscenze,di strategie attivabili per facilitare la comunicazione in persone che presentano una debolezza/assenza nella comunicazione stessa.

“Dare voce alle Famiglie”.

Ho deciso di “dar voce” alle famiglie, creando nel mio blog, un “posto”riservato ai genitori che hanno voglia di raccontare la loro esperienza, essere testimonianza attiva e viva, essere di conforto e confronto a quelle famiglie che, al contrario, non riescono ad accettare una difficoltà, che affrontano per la prima volta un progetto terapeutico lungo,insidioso,fatto di condivisione, coraggio, entusiasmo ma anche di dubbi, perplessità e tante incertezze.

A parlare,oggi, è il Papà di Giorgia, una bambina di 4 anni che mi ha cambiata,una bambina che travolge con i suoi grandi occhioni e la sua voce squillante. Ma chi meglio di un genitore può descrivere la sensazione che si prova nel vedere la propria bimba “rifiorire”?

Buona lettura.

“I primi segnali di difficoltà”.

“Quando un padre e una madre cominciano a trovarsi di fronte alcune anomalie nel percorso evolutivo e comportamentale del proprio bimbo accade inizialmente che non le vedono.
Forse più che la non accettazione, entrano in gioco la tendenza ad esorcizzare la cosa, a non voler concepire la possibilità che quelle strane “assenze” relazionali e quei ritardi nel linguaggio possano ricondursi ad un disturbo cognitivo strutturato; in altre parole, trovano mille spiegazioni diverse da quella che invece potrebbe essere una patologia.

Ci si aggrappa a precedenti casi di parenti e amici… “parlerà….anche mio nipote sembrava non volesse sbloccarsi, ma se lo vedi adesso…ricordi il figlio di?… state tranquilli !”

Ma passano i giorni e quel fatidico sblocco, quel cambio di rotta non arriva, anzi, il confronto con i coetanei col l’andar del tempo diventa sempre più impietoso.

“Cosa fare?”.

Eppure sta tutto in questo spazio temporale la possibilità di rendere poi il più efficace possibile la nostra azione di recupero, e cioè fra quando avvertiamo i primi segnali e quando interveniamo consapevolmente, e lo è in misura inversamente proporzionale.
Più tempo trascorre dai primi campanelli d’allarme, dalle prime sintomatologie, senza che ci decidiamo ad agire, e meno possibilità avremo di raddrizzare il percorso evolutivo di nostro figlio.

Poi, magari, succede che di fronte ad un check-up specialistico non viene fuori nulla, e quei silenzi sono solo una bizzarra curva caratteriale della crescita…tanto meglio, ma dove così non fosse, meglio non indugiare.

Una volta fatto questo passaggio, e purtroppo acclarata la patologia, che, va detto, ha mille gradazioni, forme e sfumature, dalle più gravi alle più lievi, io credo che poi ogni genitore debba attraversare alcune fasi.

Il momento buio dei primi giorni, lo smarrimento, poi la presa di coscienza, che non significa passiva accettazione, anzi, ma voglia di capire, approfondire, documentarsi, per affilare le armi e reagire con speranza.
E quindi poi trovare la strada per risalire il più possibile da quello che sembra un baratro senza fondo.

In questo bisogna superare un altro rischio di valutazione, lo scetticismo! Perché magari si ragiona per luoghi comuni che sembrano volerti dire che parlare, coordinarsi nei movimenti, relazionarsi sono doti ancestrali, ineludibili, capacità che madre natura ci dà e se non lo fa, c’è poco da fare.

“Cosa pensa il genitore della terapia riabilitativa?”.

Nulla di più sbagliato… La terapia mirata e la stimolazione sono fattori straordinari, che possono dare risultati esplosivi ed insperati se coordinati ad un’attività sinergica dei genitori, dell’ambiente scolastico ed extrascolastico.

La mia esperienza personale di padre mi ha visto testimone di un percorso che,in grandi linee, sto racchiudendo in queste righe.
La mia piccola Giorgia, dopo il primo anno vissuto con atteggiamenti del tutto adeguati alla sua età, ha avuto un blocco, un torpore relazionale e comportamentale che abbiamo subito percepito e al quale abbiamo cercato di dare un nome e una spiegazione.

In seguito alla “doccia fredda” della prima diagnosi che la inquadravano, seppur marginalmente, nello spettro autistico, abbiamo iniziato un cammino terapeutico basato sulla psicomotricità in una prima fase e poi anche di logopedia.
In due anni intensi, le quattro terapie settimanali l’hanno fatta rifiorire, sviluppandola in ogni area evolutiva.

Oggi Giorgia è una bambina splendida, una furbetta chiacchierona e il suo sorriso ammaliante è il regalo più grande per mamma e papà.

Il viaggio per noi non è finito, c’è ancora della strada da fare e la sfida è ancora in corso, ma gli enormi risultati ottenuti ci danno grande slancio e fiducia per il futuro.

La nostra immensa riconoscenza va a chi ci ha detto le cose come stavano, ma anche come potevano cambiare,  e poi soprattutto alle terapiste che l’hanno presa per mano aiutandoci a tirarla fuori dal baratro nel quale stava precipitando”.