“Ti ascolto se tu mi ascolti”.

In una società immersa nella tecnologia, fatta di velocità, di cellulari, di tempi ristretti e multitasking, si ha sempre di più l’impressione che la comunicazione verbale, quella fatta di sguardi e di parole si stia perdendo. Fermarsi ad ascoltare un genitore, un amico, un figlio, un terapista, risulta sempre più impresa ardua. La capacità di ascolto rappresenta una virtù e come tale va elogiata ed allenata. 

Di questo aspetto mi aiuterà a darne contributo un mio collega logopedista, Antonio Di Pofi, appassionato degli aspetti comunicativo-relazionali, al Gioco come forma di Apprendimento, terapia e conoscenza di se stessi o come semplice espressione della libertà. Antonio è entusiasmato dall’apprendimento di tipo esperenziale, quell’apprendimento che coinvolge famiglia e scuola verso un unico obiettivo comune: il benessere del bambino; mostra, come logopedista,un occhio di riguardo ai modelli pedagogici. La collaborazione tra colleghi l’ho sempre vista e percepita come una grande opportunità da afferrare con maturità ed intelligenza e non con un atteggiamento di rivalità ed invidia. Collaborare significa mettere insieme idee, discutere su aspetti non sempre condivisi ma sempre rispettati, cercare di trovare soluzioni adatte senza ferire “l’altro”.

A parlare è Antonio, Logopedista come me…

Quante volte, sentendoci tristi, irritati, sopraffatti da qualche emozione, abbiamo provato ad aprirci e confidarci con un amico o una persona cara? Quante volte, abbiamo pensato di essere ascoltati poco e compresi meno? Riusciamo ad immaginare facilmente i nostri stati d’animo, i nostri sentimenti quando ci troviamo a comunicare con qualcuno che ci parla continuamente della propria esperienza (“io ho fatto così…”, “Io ti dico che….”) senza concentrarsi sul nostro vissuto che noi, magari a fatica, in quel momento, stiamo provando a condividere? In modo altrettanto semplice, possiamo rivivere la sensazione che emerge quando, invece, ci sentiamo, accolti e capiti.

Che cos’è l’Ascolto?

L’ascolto sembra, infatti, molto importante per elaborare un vissuto, per permetterci di esternare una particolare emozione. Attraverso questa complessa pratica, è possibile favorire quella condizione (complessa e dibattuta) chiamata empatia, di cui ormai oggi, a più livelli, si sottolinea l’importanza.

Eppure, per diversi e comprensibili motivi, con i nostri interlocutori, ed in particolare con i bambini, ci troviamo talvolta ad ascoltare poco, offrendo spesso soluzioni che rispecchiano esclusivamente il nostro punto di vista.

Scambi comunicativi “tipici”ma adeguati?

Per fare chiarezza, proviamo a considerare degli scambi comunicativi che possono avvenire nella quotidianità tra adulto e bambino:

1) Bambino: “La mia scrittura è brutta!”

Adulto: “Ma non è vero!”

2) Bambino: “Ho paura, non voglio pedalare!”

Adulto: “ Paura?!? I bimbi grandi non hanno paura!”

Queste frasi sono, per noi, molto familiari e comuni. Ascoltare, tuttavia, significa riconoscere e legittimare ciò che l’altro sente e pensa, anche quando si tratta di un pensiero per noi poco condivisibile. Ciò richiede apertura, mettere “in attesa” i nostri pregiudizi, essere disponibili a lasciarsi convincere del punto di vista altrui, orientare la propria attenzione alla realtà e alle criticità così come percepite dall’altro. Quante volte, invece, ci sentiamo in dovere, da adulti, educatori e da terapisti, di dover dare necessariamente una risposta, di trovare delle soluzioni (adatte al nostro modo di rappresentarci la realtà), soddisfacendo così più una nostra esigenza che quella del nostro interlocutore?

In entrambi i semplici esempi riportati, nonostante l’apprezzabile tentativo di tranquillizzare, non emerge l’intenzione di capire il punto di vista del bambino, ma di proporre il proprio. Ciò ci può accadere, ad esempio, quando mal tolleriamo una certa emozione. Pensate al pianto del bambino: quante emozioni può farci affiorare perché fortemente collegate con il nostro vissuto, spesso inconscio? In modo simile, nel primo esempio, c’è una negazione del punto di vista del bambino; mentre, nel secondo, il sentimento esternato viene sminuito ed associato a qualcosa “da piccoli”, che non si può provare.

Guidare verso il magico mondo delle Emozioni.

Come educatori e come terapisti, siamo tutti chiamati al complesso ed affascinante compito di accompagnare i bambini nella consapevolezza di ciò che sentono, insegnando loro, con il nostro modo di essere, a  sostenere i propri vissuti. Se l’adulto che mi parla, scappa dal pianto, o dalla rabbia, come potrò imparare io a gestirle? Se mi comunica (non sempre verbalmente) che c’è qualcosa di sbagliato, che non posso provare certe sensazioni, come potrò fare?

In quest’ottica, possiamo facilmente intuire come ciò necessiti di un profondo lavoro di auto- ascolto, di auto- educazione, in cui la scoperta dell’altro diventa una scoperta di noi stessi, e viceversa. In tutto questo, lasciarci guidare dai bambini nella scoperta di se stessi, è una delle cose che più mi affascina del rapporto con loro. Si potrebbe parlare, parafrasando un libro di Marshall Rosenberg, di educazione reciproca.

Scambi comunicativi adeguati.

Proviamo ora a considerare questo tipo di risposte alle esternazioni del bambino:

1a) Mi sembra di capire che non ti piace la tua scrittura. Vorresti scrivere in un modo diverso?

1b) “C’è qualcosa in particolare che non ti piace della tua scrittura?”

1c) Non ti piace il tuo modo di scrivere. Quando pensi questo ti senti triste?”

(oppure “vuoi dirmi come ti fa sentire questo tuo pensiero?”)

2) “Ha paura di pedalare senza le rotelle?

Preferisci provare più tardi?

Preferisci ti sostenga ancora un altro po’?”

Questi potrebbero rappresentare dei tentativi di comprendere il bambino, di capire ciò che sente, ciò di cui ha bisogno, cercando insieme una soluzione. Si prova a valorizzare il pensiero del bambino, aspetto fondamentale per l’autostima. E molto altro ancora. Mi preme chiarire che le variabili possono essere moltissime, a seconda della specifica situazione relazionale; risulta pertanto riduttivo condurre un processo così articolato in binari rigidi da seguire: non esistono ricette magiche.

Cosa “sento” io, cosa “senti” tu.

Il mio vorrebbe essere un un invito alla riflessione, affinché, in qualità di terapisti e di persone, possiamo provare ad aprirci all’altro, a capire ciò che sente, essendo sempre un po’ più consapevoli dei nostri stati emotivi e della nostra stessa difficoltà nel riconoscerli e sostenerli . E’ un invito ad impegnarci ad andare” oltre” il primo impatto comunicativo,” oltre” le prime reazioni del bambino, spesso per noi “inaccettabili” ed apparentemente prive di un fattore causale, sforzandoci di capire cosa nasconde il suo comportamento, quali sentimenti, quali bisogni. Trovo utile precisare che l’ascolto dell’altro è favorito da una nostra condizione di “tranquillità”, di centratura, che, ovviamente, nella relazione con il bambino, è auspicabile ma non sempre possibile. Non siamo sempre predisposti all’ascolto. Penso sia dunque importante scegliere la direzione di fronte a questo primo bivio: come mi sento io? Di cosa ho bisogno? Sono capace, in questo momento, di concentrarmi sulle esigenze dell’altro o preferisco esprimere il mio sentire?

E nel caso in cui ci fossimo concentrati sul bambino, come potremmo esprimere il nostro punto di vista?

Quando esplicitamene richiesto o quando si ritiene opportuno, proviamo a presentarlo come soggettivo e non totalizzante.

Ad esempio:

Ho capito. Ti senti triste e vorresti scrivere in modo diverso. A me la tua scrittura piace, nello stesso tempo avrei tanto voglia di aiutarti a raggiungere ciò che vorresti. Cosa ne pensi?”

Scontato ricordarlo: la sincerità , la congruenza (come definita da Carl Rogers) tra ciò che si pensa, si prova e ciò che vorrebbe esprimere, è sempre una prerogativa essenziale nelle relazioni e, più specificamente, nelle relazioni di cura.

Quando necessario, nei limiti delle nostre capacità e consapevoli della complessità delle relazioni, proviamo ad ascoltare e capire sempre un po’ di più il bambino che abbiamo davanti. Proprio come noi chiediamo a loro. Proprio come vorremmo che gli altri facessero con noi.

Antonio Di Pofi.